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Politica
del “fare” e agire politico
Un'interpretazione della Vita Activa di Hannah Arendt
di Francesco
Pezzullo
Chi
nella libertà cerca qualcos'altro che non sia la stessa libertà è fatto
per servire”
A.
de Tocqueville
”Le assemblee pletoriche sono
assolutamente inutili e addirittura controproducenti”, così si esprimeva
il Presidente del Consiglio dei Ministri in una dichiarazione pubblica
nel maggio 2009. Il riferimento era al Parlamento, istituzione dove,
attraverso il confronto e la discussione, si approvano le leggi e,
pertanto, luogo rappresentativo di ciò che Hannah Arendt, nella Vita Activa,
definisce agire. Questa attività presuppone un mondo abitato non
dall'Uomo in astratto, bensì da persone che interagiscono tra loro. La
pluralità è presupposto imprescindibile di ogni vita politica. L'azione
non può neppure immaginarsi senza una società di uomini. Sempre il Premier,
poi, si esprimeva positivamente nei confronti del Governo, del suo
governo, “che per la prima volta è retto da un imprenditore e da una
squadra di ministri che sembrano membri di un CdA per la loro
efficienza”. Un elogio, in questo caso, della politica del “fare”, dell'operare,
altro aspetto dell'attività umana, considerato da Arendt. All'operare
corrisponde una dimensione non-naturale, il suo prodotto è il mondo delle
cose artificiali, costruite dall'uomo nel suo isolamento senza bisogno di
alcuna interazione con l'altro.
Per il Capo del governo, dunque, è palese la sopravvalutazione del “fare”
a fronte di un netto discredito dell'azione politica e proprio il
pensiero della Arendt può aiutare a fornire una chiave di interpretazione
al perché di un tale sbilanciamento.
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Nella società moderna, sostiene
l'autrice, la ricchezza è calcolata in termini di potere di guadagnare e
di spendere. Al problema di come adeguare il consumo individuale alla illimitata
accumulazione della ricchezza si risponde, di conseguenza, trattando
tutti gli oggetti d'uso, prodotti dell'”operare”, caratterizzati dalla
durabilità, come fossero beni di consumo, prodotti del lavoro, la
forma della vita activa, tramite cui si provvede al
soddisfacimento dei bisogni
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biologici dell'uomo: dal lavoro
dipende la sopravvivenza stessa del genere umano. Ne segue, secondo
Arendt, che oggetti come una sedia o un tavolo vengono oggi consumati con
la stessa rapidità di un abito, e la durata di un abito è di poco
superiore a quella del cibo. L'incessante bisogno di una sempre più
rapida sostituzione delle cose del mondo non consente di conservarne la
naturale durevolezza: il principio è consumare, divorare. Lavoro e
consumo in tal modo si compenetrano: tutto si suppone fatto per
“guadagnarsi da vivere”. L'intera nostra economia, in quanto economia di
spreco, si avvale di una distinzione sempre meno netta tra una sfera
domestica, in cui gli uomini vivono insieme per la conservazione propria
e della specie, e una sfera pubblica, quale luogo della libertà. Già
prima di Marx, i teorici dell'economia politica moderna hanno considerato
la politica una funzione della società: azione, discorso, pensiero formano
sovrastrutture di determinati interessi sociali. La sfera privata, nella
società di massa, ha finito con “l'abbracciare e controllare tutti i
membri di una data comunità in maniera uniforme e con la stessa forza”.
L'uguaglianza moderna si fonda sul conformismo sociale e ciò in quanto il
comportamento ha sostituito l'azione come modo attraverso cui gli
uomini si relazionano. Il comportamento distrugge la molteplicità dei
punti di vista. Esso definisce un radicale isolamento: al singolo è tolta
la possibilità “di vedere e udire gli altri, essere visto e udito dagli
altri”. La propria prospettiva non si distingue da quella del vicino, ma
ne rappresenta una moltiplicazione e un prolungamento.
Oggi si assiste al predominio indiscusso del lavoro sulle altre
attività umane. L'ideale dell'abbondanza e dello spreco consente e
giustifica appieno la gestione della vita politica secondo i metodi del
fare. L'uomo che fabbrica (homo faber) è signore di tutta la
natura, in quanto la plasma a suo piacimento ed è, altresì, padrone di se
stesso e delle sue opere. Non è così per l'uomo che lavora (animal
laborans), soggetto alle necessità naturali della vita, non lo è per
l'uomo d'azione (zoon politikòn), legato al suo prossimo. L'opera
avviene nell'isolamento. Le forme specificamente politiche dello stare
insieme con altri, dell'agire di concerto e dello scambiarsi opinioni non
appartengono al modo di produrre dell'artigiano.
La traduzione politica dell'homo faber è l'”uomo forte”. Questi,
isolato dagli altri, deve la sua forza all'illusione di poter “fare”
leggi o istituzioni come possono farsi tavoli o sedie. Egli trae la
propria giustificazione dalla sfiducia nell'azione, quale dialogo e
confronto con l'altro, nonché dalla credenza che gli uomini si possono
trattare come oggetti d'uso.
La sfera pubblica entro cui si muove l'”uomo che fa” non è dunque l'agorà,
la piazza dove ci si incontra per discutere e agire, bensì il mercato di
scambio dove si incontrano prodotti.
L'inutilità dell'azione e del discorso, della politica in generale, che
spesso permea la società moderna è una conseguenza del suo interesse per
i “prodotti tangibili e i profitti dimostrabili” o della sua ossessione
per il funzionamento regolare e dell'efficienza. In tutti gli argomenti
avanzati contro la democrazia si trova, dice la Arendt, il tentativo di
sostituire il fare, che comporta stabilità, sicurezza, produttività,
all'agire, che implica accidentalità e irresponsabilità morale.
Distintivo della politica del “fare” è il concetto di “governo”, la
nozione cioè che gli uomini possono legalmente e politicamente vivere
insieme solo se qualcuno ha il diritto di comandare, mentre gli altri
sono costretti ad obbedire. La costrizione, senza cui non potrebbe aver
luogo nessun processo di fabbricazione, diventa elemento fondante della
politica del “fare”. Qui la legittimità e il diritto dell'autorità
giocano un ruolo molto più decisivo che non la comprensione e
l'interpretazione dell'azione stessa. Dietro la politica del fare,
dunque, può celarsi una progressiva riduzione degli spazi democratici e
la conseguente perdita di libertà del cittadino,
sempre più privato di questa sua
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qualità, a fronte di una
passività che lo relega al solo ruolo di consumatore-lavoratore.
Del resto, è proprio presentandosi nella veste di faber,
FA-BER(lusconi), che il capo dell'esecutivo ritiene legittimamente di
dolersi di una legislazione e di organi di contrappeso, quali il
Parlamento, la Corte Costituzionale, la Magistratura, considerati un
ostacolo alla possibilità di “plasmare” il Paese
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secondo i propri interessi. Un
altro faber, FA-BER(tolaso), nel sostenere l'efficacia del fare
in politica, ha sempre richiamato la metafora per la quale un medico se
trova un ferito per strada deve caricarlo in macchina e portarlo in
ospedale. Se poi passa con il rosso, pazienza, pagherà la multa. Rimanendo
sul piano della metafora, invece, il ridimensionamento dell'agire politico
appare molto più simile ai casi in cui un'ambulanza a sirene spiegate
trasporta un ferito grave in ospedale, in pieno traffico e mentre i più si
adoperano per dare la precedenza, c'è sempre qualche furbo che approfitta
della situazione per mettersi nella scia e sopravanzare: sopraffare. Doveroso è il richiamo al senso di responsabilità della nostra classe
politica, opposizione compresa, sempre più tentata nel rincorrere la logica del “fare”. Del resto, pure il leader del suo maggiore
partito possiede un nome adatto alla sciarada: FA-BER(sani).
Anche alla luce delle difficoltà in cui versa il Paese, di contro, occorrerebbe rivendicare e auspicare non tanto il
primato del fare, quanto
piuttosto quello del pensare, così come avrebbe suggerito
la Arendt.
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